Relazione avv. Lucrezia Mollica – 14/03/2012

Cassandra

Mi chiamo Cassandra e ho sempre portato con orgoglio il mio nome, anche se so che è quello di una profetessa di sventure. Lo considero un regalo, ricevuto da mia madre.

Mamma mi mise al mondo mentre era ammalata di AIDS e io nacqui sieropositiva. Mio padre al momento della mia nascita era in prigione, per spaccio di droga. Mamma viveva con me, ma mi lasciava sola, anche appena nata, tanto che una vicina, forse sentendomi piangere e conoscendo la situazione dei miei, la denunciò. Le assistenti sociali mi portarono via a soli 4 mesi, chiedendo ad una signora che lavorava in una comunità, a fianco di un sacerdote, Don Pio, di prendersi cura di me. Forse avrebbero potuto farmi andare subito in adozione, ma nessuno mi voleva perché ero sieropositiva e questo handicap, 20 anni fa, era ancora più pesante di oggi. La signora, Ada, già si era presa cura di altri bambini, pur essendo single. Nella comunità era sostenuta da Don Pio.

In quel periodo nella comunità eravamo solo io, un’altra bambina e Ada. Eravamo in realtà un piccolo gruppo di persone che costituivano un’anomala famiglia e con loro stavo bene, perché erano dolci ed affettuose. Don Pio, il fondatore della casa d’accoglienza, viveva poco distante, con sua madre, e per me nutriva un affetto particolare. Passai lì i primi due anni di vita, poi, nella nostra comunità, venne inserita anche mamma.

 In realtà, fin da quando mia madre era stata denunciata per avermi lasciata in stato di abbandono, su di me era stata aperta una procedura d’adottabilità, ma mamma era riuscita a convincere un giudice ad affidarmi a lei, se pure lei fosse entrata in comunità. Don Pio offrì prima a mia madre e poi anche a mio padre, che aveva finito di scontare la prigione, un appartamento indipendente nella sua comunità ed io vissi con loro, pur rimanendo vicina ad Ada. In quegli provai tutta la serie delle sofferenze che subiscono i bambini in famiglie incapaci di accudirli: vedevo i miei genitori litigare, nessuno si prendeva cura di me, avevo fame-freddo-sonno-paura e ogni tanto i miei genitori non mi volevano proprio ed allora mi portavano da Ada. Con lei mi riprendevo e non avrei mai voluto rientrare da loro. Ricordo che quando mi riaccompagnavano “a casa mia”, io speravo sempre che la luce fosse spenta, per essere riportata da Ada. Rimasi con i miei genitori per tre anni, poi mamma si ammalò pesantemente ed io, anche se formalmente ero affidata a lei, vivevo con Ada. Per due anni mamma entrò ed uscì dall’ospedale, finché vi rimase costantemente e poi vi morì.

 Mia madre morì di AIDS, mentre io mi ero negativizzata. Potevo vivere la mia vita normalmente, anche se ci misero molto a rassicurarmi di questo, sia i medici che Ada e Don Pio. Temevo sempre che sarei morta come lei.

Per un altro anno vissi tranquilla con Ada e la bambina che lei nel frattempo aveva adottato, con un’adozione speciale.  Poi le assistenti sociali tornarono e mi dissero che non avrei potuto rimanere con loro. Dovevo andare in adozione. Perché Caterina poteva rimanere con Ada e io no? Forse perché lei aveva un caratteraccio e nessuno la voleva, mentre io allora ero timida e dolce. Forse perché la decisione fu presa da giudici diversi… non so. Se fossi rimasta sieropositiva forse mi avrebbero lasciata crescere in pace, ma ero normale.

Quando fu emesso il primo decreto di allontanamento dalla casa in cui ero cresciuta, il sindaco del paese in cui mi trovavo, che era pure il mio tutore, non lo fece eseguire. Lui sapeva che io ero cresciuta lì e non voleva strapparmi al mio ambiente. Ma il Tribunale per i minorenni nominò mio tutore un altro sindaco, che non conosceva la situazione.

 Questi eseguì l’allontanamento. Mi obbligarono ad andare in un istituto dove dovevo “ripulirmi dagli affetti” (dissero proprio così), come se gli affetti che ti aiutano a crescere fossero roba sporca. Se gli affetti non li hanno decretati coloro che hanno il potere su di te non vanno bene. Se sono nati nel corso della tua vita, come piante spontanee, vanno recisi. Costi quel che costi. Tanto chi paga sono le persone come me…  Mi lasciarono un anno e tre mesi in istituto e per i primi tre mesi non potei nemmeno vedere o sentire al telefono Ada. Un anno e tre mesi con il numero sulla maglietta: io avevo il 41 e appartenevo al gruppo n. 35. Non uscivo nemmeno per andare a scuola. In istituto la scuola era interna, dalle elementari alle superiori. I ragazzi invece spesso venivano dall’ esterno. Anche lì incontrai però una buonissima maestra, a cui volli bene. La ricordo anche perché la sua bontà lì dentro era merce rara. In quell’istituto la disciplina era ferrea e c’erano controlli su tutto.  Se si sgarrava si era puniti, perdendo quelle poche cose gradevoli che c’erano lì.

Tutti sapevano che rimpiangevo Ada e un’educatrice, che era più cattiva delle altre, un giorno mi disse: “Devi dimenticarti di Ada, tanto non la rivedrai mai più. O accetti l’adozione o resti in istituto fino a 18 anni”. Io scelsi l’adozione per fuggire da lì.

Quando conobbi i miei genitori adottivi avevo già 9 anni. Agli inizi con loro stavo bene e da loro appresi tante cose, ma quando diventai più grande entrai in conflitto con loro.  Già un anno dopo l’inizio dell’adozione chiesi al giudice di “tornare a casa”, cioè nel luogo dov’ero cresciuta, da Ada. Fui interrogata, ebbi un’udienza in merito. Lì, dopo un lungo colloquio, il giudice mi disse che nessuna legge vietava che io potessi frequentare sia i miei genitori adottivi che le altre persone a cui volevo bene.  Chiesi anche se per caso mio fratello (ad un certo punto della mia vita incontrai anche questo fratello) poteva essere adottato nella famiglia in cui io mi trovavo già.  Dopo l’incontro con il giudice si decise che “nessuna legge vieta che Cassandra veda Ada a meno che la famiglia adottiva non si opponga a questo rapporto”.

Ma la mia famiglia a questo rapporto si oppose strenuamente. Proprio per controllare se io avessi rapporti con Ada mi veniva impedito qualsiasi incontro privato, crebbi senza un’amica.

Con l’adolescenza cominciai ad entrare in conflitto con mia madre adottiva, per motivi apparentemente banali: si litigava sul taglio dei capelli e sulla frequenza con cui potevo lavarmeli. Non potevo depilarmi, cosa a cui tenevo. Non potevo fare nulla finché non avevo finito i compiti e soprattutto non potevo telefonare senza che i miei ascoltassero le conversazioni.

Tanto i miei genitori naturali non si erano curati di me, quanto quelli adottivi si erano dimostrati  ossessivi.

Verso la terza media cominciai ad avere crisi isteriche, ed avevo una nostalgia terribile di Ada. Un giorno in cui, perché ammalata, mi trovavo sola in casa, infransi il tacito divieto che pesava su di me e le telefonai (il suo numero mi era ben noto). Ada mi chiese dove abitavo e io le diedi l’indirizzo. Parlai anche con Don Pio, che sentendo  la mia voce si commosse. Fu così che un giorno mi arrivò una sua cartolina da Lourdes e i miei genitori adottivi mi chiesero spiegazioni in merito. Dissi la verità. Non ne parlammo quasi più, ma fui privata della poca libertà che avevo.

Un giorno, andando in chiesa, seppi che don Pio era molto ammalato e chiesi di poterlo andare a trovare. Permesso negato. Don Pio morì con il mio nome sulle labbra. Questa è una delle cose da me subite che mi è più difficile perdonare.

Attorno ai tredici anni trovai un fidanzatino, e questo rapporto peggiorò la mia relazione con la famiglia. Con lui marinavo la scuola e da lui cercavo sempre rifugio. Sua madre mi accoglieva e mi capiva. Avevo ripreso anche a telefonare ad Ada. Col tempo ero diventata decisamente ribelle e nella mia famiglia ormai volavano le sberle: i miei genitori mi picchiavano e io, ormai grande, picchiavo loro.

Un giorno, avevo quasi 15 anni, dopo la scuola, non rientrai a casa mia nemmeno per dormire e rimasi a casa del mio ragazzo per due notti. In quell’occasione i miei genitori cercarono Ada per chiederle aiuto nel convincermi a tornare a casa.

Ada venne a prendermi e mi riportò da loro, ma qualche tempo dopo fuggii di nuovo, sempre andando dal mio ragazzo, finché le assistenti sociali mi contattarono e mi dissero che potevo andare da Ada e rimanere lì.

 Da Ada! Ero felicissima: era ciò che avevo sempre desiderato!  Fui formalmente affidata a lei. I litigi con la mia famiglia adottiva continuarono, ma io vivevo dove avevo scelto di vivere. Anche il rapporto con la mamma adottiva migliorò con il tempo e io oggi capisco che non sono stata certo una ragazzina docile.

Ancora oggi, che ho 20 anni e una bambina mia, è Ada il mio principale riferimento affettivo e il sostegno della mia vita. Un tempo c’era chi diceva che era colpa sua se la mia adozione non aveva funzionato. Io sostengo che è merito suo se oggi ho un qualche equilibrio e non sono disperata.

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